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giovedì, 05 marzo 2009
di Daniela D'Angelo
pubblicata da Zoe Magazine - marzo 2009 (www.zoemagazine.net)
Sapreste rinunciare in questa stagione a un risotto al vino rosso, taleggio e castagne arrosto? No di certo, tanto più se è a basso impatto ambientale. Nasce il primo libro dedicato alla cucina ecologica: metodi di cottura che abbattono l'emissione di gas nocivi e suggerimenti sulla separazione (e la conservazione) dei piatti nel rispetto della stagionalità e della territorialità degli ingredienti. Insieme ai piatti, mentre leggiamo, si pregustano passeggiate all'aperto, cortili che profumano di spremute d'arancia, odore di erba lungo i campi. Un ricettario ricco di fantasiose e succulente proposte culinarie, un modo per festeggiare il gusto autentico della nostra tavola, preservando la nostra Casa, l'ambiente. Infucina. La cucina a zeroc02 è a cura di Azzero c02, soietà impegnata a offrire a Enti, imprese e cittadini la possibilità di contribuire a contrastare le alterazioni climatiche. Incontriamo Andrea Seminara, direttore comunicazione di Azzero c02, e partiamo dalla stessa domanda con cui si apre il libro.
Esiste la cucina perfetta?
"Tre settimane fa ero a Parigi, in un'atmosferica piazzetta del Marais; uno dei locali che frequento con più piacere quando sono nella capitale francese si trova proprio lì, a ridosso di un albero che quasi lo protegge; arredamento essenziale, giallo ocra alle pareti e fois gras eccezionale. Lo chef ormai è un amico e ogni volta che lo vado a trovare mi racconta tutte le novità del menu, le ultime notizie sull'andamento della ristorazione in Francia e capita spesso che fra un pastis e l'altro i nostri ragionamenti prendono traiettorie che esulano dallo specifico degli ingredienti. Gli ho raccontato dell'idea che avevo avuto di curare una pubblicazione sulla cucina e basso impatto ambientale e che il libro prendeva spunto proprio dalla frase: 'Non esiste una cucina perfetta'. Il concetto di perfetto mi sembra grigio, poco adatto a slanci di creatività e ad aperture verso il cambiamento. No, credo che non esista una cucina perfetta, credo che esista e debba sempre di più avanzare nel nostro modo di pensare e di gustare una cucina che si basa su ingredienti di altissimo profilo e di assoluta qualità, una cucina che fonda innovazione a tradizione, soprattutto una cucina che diventi lo spazio e il tramite ideale per permetterci una relazione maggiore. In questo contesto una cucina che faccia suoi gli spunti della 'sostenibilità' può davvero diventare uno dei più efficaci trampolini di lancio per un nuovo 'modus pensandi' che ci aiuterebbe non tanto a trovare la noiosissima perfezione ma l'auspicata qualità della vita che poi è una delle tante sfumature della felicità. In ogni caso, tornando al colloquio con il mio amico chef parigino, alla mia affermazione che non esiste una cucina perfetta lui mi ha raccontato che spesso gli avventori gli chiedono: che mi fa mangiare di leggero stasera? la sua risposta è sempre la stessa: non esiste la cucina leggera o la cucina pesante, esistono solo la cattiva e la buona cucina. Anche stavolta, sotto la luce dei lampioni del Marais ci siamo trovati d'accordo."
Com'è cambiato nel tempo il rapporto con la nostra tavola?
"Si sono arricchiti i metodi di cottura, le modalità di accostare le materie prime, la curiosità nello scoprire sempre nuovi ingredienti. Si è anche impoverito però e i motivi sono da cercare nella progressiva perdita d'identità che molti piatti hanno subito (come dire, tanta forma e sempre meno sostanza) e nel fatto che il mangiare è diventato sempre meno una modalità di relazione o, per meglio dire, lo spazio principale della relazione e si è trasformato in una scatola poco comunicativa basata su principi di velocità."
Il libro si legge come un invito a sedersi a tavola senza mettere da parte la nostra salute e la salute della Terra; esaltando il gusto; in armonia con le stagioni; apprezzando la bellezza della natura. Si possono trasformare queste ricette di cucina in ricette per la felicità?
"Queste sono ricette pensate, sperimentate, raccontate per rendere felici chi si cimenterà con esse. Il cibo è l'elemento indispensabile per la nostra sussistenza; gustarlo in armonia con le stagioni, esaltandone al massimo il gusto con accostamenti azzeccati, legandolo alla sostenibilità può solo arricchire questa grande e unica esperienza che è il mangiare. Feuerbach diceva: 'l'uomo è quello che mangia', come, quando, dove, con chi farlo, aggiunge l'ingrediente unico che tutti cerchiamo in ogni istante: la felicità."
venerdì, 20 febbraio 2009
Esiste ancora la differenza tra normale e deviante? Sono sufficienti oggi queste definizioni di fronte a una società ibrida e molteplice? Un libro che impone una riflessione e una riconfigurazione di ciò che comunemente si intende con i concetti di “controllo”, “devianza” e “criminalità”. “Normale”, “conforme”, “lecito”.
Un tempo era possibile comprendere e studiare la devianza attraverso queste definizioni. Categorie che oggi appaiono più che mai obsolete, come opache e sfuggenti si mostrano alle scienze sociali le nuove categorie che dovrebbero andare a sostituirle. Qui si parla di società contemporanea, di de-strutturazione, di ibridazione, di ordini giuridici molteplici, sovrapposti. Le interazioni quotidiane attingono da mappe normative la cui fonte è composita, eterogenea, intrecciata e dunque ambigua. Proprio l’intersecarsi fisico, spaziale, culturale dei vari ordini e ordinamenti normativi e delle svariate rappresentazioni del normativo evidenzia quanto, più che in precedenza, viviamo all’interno di reti di giuridicità che, spesso, ci obbligano a transizioni e trasgressioni. Il che non significa che sia scomparsa la differenza tra normale e deviante, ma sembra lecito domandarsi “quanto normale sia ancora il normale”, “quanto deviante sia ancora il deviante” o, si permetta il paradosso, “quanto deviante sia (ancora) il normale”.
Come sostiene Schneider nell’introduzione, “la devianza non può essere compresa come la risposta dell’attore a norme giuridiche date, ma si deve intendere come una scelta, o una reazione, tra una molteplicità di possibili sistemi normativi”. È questo l’intento del volume ed è in questa direzione che la ricerca dovrebbe muoversi: verso la necessità di ridefinire semanticamente la sociologia, dare alle scienze un linguaggio nuovo che fornisca ad esse i mezzi per tenere il passo, per non rimanere indietro rispetto alle rapide trasformazioni che segnano il nostro tempo. È questo un compito gravoso al quale però non ci si può sottrarre, perché solo accettando l’esigenza di una revisione sarà finalmente possibile capire fin dove si può parlare di normalità e di devianza e comprendere così i processi che caratterizzano gli ingranaggi della nostra società.
Cirus Rinaldi è ricercatore di Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale presso la facolta di Scienze politiche dell’Università di Palermo. Tra le sue pubblicazioni: De-gener(azioni): riflessioni per una sociologia del transgenderismo (Carocci, 2007), Verso la “devianza” emancipativa. L’omosessualità negli studi di sociologia della devianza dagli anni Venti alla fine dei Settanta in America (Carocci,2008), La costruzione della memoria pubblica come “performance culturale”: riflessioni a partire dalla commemorazione della strage di Portella della Ginestra (Cierre, 2008), Narrazione, intercorporeità e riconoscimento in Danilo Dolci (Editori Riuniti, 2003).
martedì, 27 gennaio 2009
Che ne dite di un paese dove non esiste il matrimonio? Benvenuti nel paese delle donne. Il paese dei Moso. Immagini, storie e documenti di una comunità ai confini del Tibet che rischia di essere schiacciata dalla burocrazia cinese. Un racconto di viaggio, un diario ricco di emozioni, suggestioni, scoperte.
“Benvenuti nel paese delle donne”, recita un cartello in caratteri cinesi. Siamo nella provincia dello Yunnan, ai piedi dell’Himalaya: “Yun” vuol dire nuvola, “nan” vuol dire
sud, il Paese a Sud delle Nuvole. Qui abitano i Moso, una minoranza etnica strutturata in grandi famiglie di discendenza materna. Una comunità viva e variopinta. Un modello sociale innovativo che lotta per la sopravvivenza. I Moso rifiutano il matrimonio.
Proprio così, rifiutano il matrimonio senza rinunciare all’amore, al sesso e alla riproduzione. Le coppie non abitano sotto lo stesso tetto, ma passano la notte insieme per separarsi all’alba. Un viaggio indimenticabile, una cultura che rischia di essere schiacciata e assimilata ad altre minoranze dalla burocrazia cinese. Una forma di vita contemporanea, dove le donne non sono discriminate, dove la violenza coniugale è inesistente, dove la gelosia viene derisa, dove la relazione fra due partner è puramente sentimentale o sessuale e dove la separazione non costituisce un dramma. Il libro è un racconto di viaggio, ricco di foto e di documenti raccolti dall’autrice dopo aver compiuto ben quattro viaggi nell’affascinante paese delle donne.
Francesca Rosati Freeman Nata a Trapani e laureata a Palermo in lingue straniere moderne Francesca Rosati Freeman vive da trent’anni fra la Francia e la Svizzera dove ha insegnato francese agli italiani per circa vent’anni. Per più di dieci anni ha lavorato a Ginevra per l’ Antiracism Information Service, una Ong che lotta contro la discriminazione razziale.
La lotta per i diritti delle donne è stata sempre al centro delle sue molteplici attività. In questo quadro è da inserire il suo interesse per la società dei Moso. Si è già recata quattro volte sul posto. Ha intervistato, fotografato e filmato gli abitanti realizzando un piccolo documentario che è stato selezionato al "Moso film Festival" in Cina nel 2006 e proiettato in Francia, Svizzera e Italia.
martedì, 16 dicembre 2008

IL MERIDIONALISTA
di Marzia Andretta
Un’analisi lucida delle teorie di Giustino Fortunato, ricollocate nel loro tempo storico e reinterpretate come frutto di un’elaborazione fortemente condizionata dall’uomo e dalla sua famiglia.
La vita e le opere di Giustino Fortunato abbracciano per intero la storia dell’Italia liberale. Nato nel 1848 in Lucania, nel “servaggio borgo natio” Rionero in Vulture, e spentosi a Napoli nel 1932, ottantaquattro anni dopo, il suo nome è rimasto legato per i contemporanei e per le generazioni successive alla sua opera di promotore e difensore della “questione meridionale”. Egli non era un meridionalista, era il meridionalista. Il suo amico Benedetto Croce ebbe a scrivere che Fortunato «ha impersonato in sé quel problema e gli ha consacrata intera la sua vita». Non c’è autore meridionalista che non sia venuto a contatto, personalmente e poi attraverso i suoi libri, con “don Giustino”.
Questo lavoro non è né una sintesi del meridionalismo, né una biografia di Fortunato. Ma un tentativo, piuttosto, di inserire le azioni e i testi di Fortunato nel contesto in cui sono stati elaborati e prodotti, di individuare i passaggi che dalla vicenda privata della sua famiglia, portano alla sua esperienza politica e alla capacità di farsi motore di un’opinione pubblica meridionalista, divenuta, grazie a strumenti come la Rassegna Settimanale, anche azione politica nazionale.
SI SPEGNE SIGNORI SI CHIUDE
di Giuliano Cannata
Un libro rivelazione, una rivoluzione importante nel futuro dell’umanità. La rivoluzione rapida e travolgente della demografia. La diminuzione. Il calo naturale delle nascite e il rifiuto della procreazione. La riappropriazione più o meno cosciente del destino fin qui casuale della specie.
Un giorno improvvisamente fu chiaro che la specie umana si prendeva il controllo cosciente del suo destino, perché stava cominciando a “scegliere” (in modo frantumato e confuso, s’intende) tra le strade biforcate sulle quali l’aveva sempre lanciata il caso, nella lunga storia dell’evoluzione della specie, tutta e ciecamente casuale in senso biologico. Questa scelta era molte cose insieme, ma una su tutte: la diminuzione delle nascite, coi suoi effetti pratici e con un elemento nuovissimo di significato: la riluttanza a procreare. Nelle ragioni di questo rinvio, insieme alle difficoltà economiche e di carenza dei servizi sociali, all’esigenza di affermazione politica e professionale della donna e di un livello di qualità della vita sempre più alto, ecco affiorare anche una componente-guida antropologico culturale, psicologica: una volontà inconscia di sottrarsi al richiamo della procreazione, della vita trasmessa. Dopo aver stravinto la competizione per la conquista del cibo e dello spazio, dopo essersi moltiplicata alla follia e aver raggiunto livelli di benessere straordinari consumando a suo piacere quasi tutto il mondo, la specie umana decide di non crescere più, disponendosi quasi disciplinatamente alla diminuzione.
Una rivoluzione che il libro rivela e interpreta con grande originalità e con un linguaggio denso e suggestivo, ma sempre con rigore epistemologico e con un risvolto ambientalista preciso: come se la salvezza del pianeta fosse un compito della specie umana o, al contrario, dipendesse dalla liberazione del suo peso eccessivo sul mondo. Liberazione, fine di futuro in sé, fine della storia forse anche, perché la giostra questa volta non si limiterà a farci discendere e salire, noi e i nuovi passeggeri, ma si svuoterà e, alla fine, inesorabilmente si fermerà e non salirà più nessuno (si spegne, signori, si chiude).
domenica, 16 novembre 2008
di Antonio Cianciullo (14 novembre 2008)
Per mangiare sano e a impatto zero basta seguire le ricette della nonna. Bisogna cioè usare soltanto cibi di stagione, prodotti vicino a casa (e acquistati in gruppo per risparmiare). Mettere il coperchio sulla pentola, bere l'acqua del rubinetto. Così, con gesti minimi, si salva il pianeta. O almeno ci si prova.
Torino. Sapori cento, emissioni zero. E' nato il primo libro della cucina a basso impatto ambientale e ad alta resa organolettica: ricette rigorosamente stagionali, materie prime a chilometri zero, pochi imballaggi e un decalogo per abbattere l'inquinamento. La prima regola è rispettare in modo rigoroso i tempi della Natura: basta con le melanzane a Natale e le castagne a Pasqua. L'alternanza serve a rinnovare il piacere della sorpresa e a esaltare profumi e ricordi. La freschezza della primavera va catturata con una festa di insalate di campo che si comincia ad assaggiare ammirandone i colori. La nota piena dell'estate si coglie con il trionfo del "pumaramuri", il pomo d'amore, come veniva chiamato dai siciliani il pomodoro quando era ancora un oriundo americano, nel settecento. La malinconia dell'autunno si compensa con la caccia ai porcini, che si devono conservare al fresco in stracci asciutti. La stabilità invernale si celebra con le ricette per le feste davanti al camino e ai brodi vegetali che non devono superare lamezz'ora di bollitura e vanno fatti raffreddare in un recipiente sollevato dal piano d'appoggio, in modo da fare circolare l'aria anche sotto il fondo. Poi, una volta sgombrato il campo dalle pietanze contro stagione, si passa agli altri suggerimenti di eco-maniere: gli imballaggi vanno ridotti secondo ragione; il frigorifero deve essere rigorosamente di classe A, in modo da risparmiare quindici chili di anidride carbonica al mese raffreddando anche la bolletta elettrica; la spesa si può fare iscrivendosi a un gruppo d'acquisto di prodotti biologici locali e comparndo il resto online, evitando così 1.440 chilometri percorsi ogni anno da una famiglia media perriempire la dispensa; l'acqua di bollitura delle verdure va riusata per cuocere la pasta; bisogna ricordarsi di mettere il coperchio sulla pentola con l'acqua che si scalda, cosa ovvia, ma spesso dimenticata; l'acqua del rubinetto deve costituire la regola, e la minerale, rigorosamente del territorio, rappresentare l'eccezione per i momenti di sfizio.
Infucina, a cura di Azzeroco2, con la prefazione di Slow Food, non è solo un manuale di grastronomia impegnata. Al lingotto, durante i cinque giorni di Terra Madre, gli stati maggiori dei produttori delle diversità alimentari, il libro è stato presentato come un manifesto politico che servirà a lanciare una campagna per la difesa del clima: una mobilitazione per "aiutare Kyoto mangiando bene". "La famiglia media italiana produce tre tonnellate di anidride carbonica l'anno per fare la spesa e due tonnellate di anidride carbonica per conservare e cucinare i cibi" calcola Andrea Seminara, direttore comunicazione di Azzeroco2. "Applicando le norme della cucina a basso impatto ambientale, le emissioni si riducono di due terzi. Vuol dire che, se questi suggerimenti venissero applicati da tutti, si risparmierebbero più di ottanta milioni di tonnellate di anidride carbonica: è una quantità considerevole. Per avere un'idea delle dimensioni di cui stiamo parlando basta pensare che sono l'80 per cento di quanto dobbiamo tagliare per rispettare gli impegni assunti ratificando il protocollo di Kyoto". Nonostante la proliferazione dei farmer's market, il nuovo marchio che aggiorna la vecchia realtà italica dei vignaroli ai mercati di quartiere, sembra però difficile convincere tutti gli italiani a comprare solo frutta e verdura stagionali, prodotte vicino a casa. Ma prendiamo un estremo opposto. Supponiamo che nessuno si convinca a comprare cibi politically correct. E che solo le mense che già oggi acquistano cibi biologici (791 in Italia per 983 mila pasti l'anno) passino al bio plus, al biologico prodotto in zona. Ebbene, anche in questo caso il risultato sarebbe consistente: si risparmierebbero 130 mila tonnellate di anidride carbonica. Molto meno dell'obiettivo di Kyoto, ma una quantità equivalente a quella prodotta da 550 macchine nelviaggio andata e ritorno tra Roma e Milano o a quella intrappolata dalla crescita di 185 mila faggi. Una prima applicazione dei principi della cucina responsabile viene dall'organizzazione del Salone del Gusto di Torino che, per la prima volta, si è dato da fare per azzerare l'impatto serra. Per ridurre le emissioni è stato messo in campo un ampio pacchetto di interventi: dall'eliminazione della moquette al riciclo di almeno metà dei rifiuti prodotti, dalle vernici lavabili di origine naturale alle poltrone costruite con pezzi di barrique, dagli shopper in plastica biodegradabile o in carta riciclata alle navette con mezzi a basso impatto ambientale. Secondo i calcoli di Azzeroco2 in questo modo sono state evitate emissioni per 600 tonnellate di anidride carbonica. Le restanti mille sono state compensate piantando 1.400 alberi lungo il Po. E così, invece di una discarica, la fiera ha lasciato dietro di sé un bosco.
venerdì, 31 ottobre 2008
Ringraziamo Stefano Milano e il settimanale Carta per aver pubblicato la prima intervista italiana di Luis Alberto Urrea.
"L'autostrada del diavolo" non è solo il primo libro di Luis Urrea pubblicato in Italia, ma è anche il primo nel nostro paese che racconti la tragedia quotidiana dei migrantes lungo il confine tra Messico e Stati Uniti. La Devil's Highway infatti è anche un luogo reale, e maledetto: è il desolato tratto del deserto di Sonora che si snoda tra Yuma e Tucson, in Arizona, dove ogni anno decide di migliaia di migranti cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti, e molti di loro muoiono di stenti e disidratazione. La prima, esclusiva intervista concessa in Italia da Urrea è straripante, graffiante e carica di humor nero, quanto il suo protagonista.
Cosa ti ha portato a scrivere "L'autostrada del diavolo"?
Sono nato e cresciuto a Tijuana, che negli Usa viene chiamata la "Calcutta del confine", e ho scritto tre libri che ne parlano. Non ne volevo più sapere, ma quando l'editore mi ha proposto questa idea per un romanzo non ho saputo resistere. Mi fa sorridere che l'essere originario di Tijuana per me si sia trasformato da una cosa di cui vergognarsi a una di estremo valore, che mi dà "autorevolezza" e per la quale mi viene chiesto di scrivere dei libri.
Il tuo libro è un documentario, pieno di dettagli, e fornisce una comprensione profonda della tragedia di chi affronta il deserto.
Sono stato ovunque. Nelle stazioni e sulle jeep della polizia di frontiera, nei consolati, nei cimiteri, nelle camere mortuarie... E soprattutto sono stato nei villaggi sul lato messicano del confine, dove i trafficanti di uomini e droga sono i padroni incontrastati. E' stata un'esperienza scioccante e potrei raccontare centinaia di storie incredibili. Come quella volta che stavo guidando nel deserto lungo le piste battute dai coyotes e mi sono scontrato con un automezzo che sembrava uscito dal film Mad Max. Gli uomini che lo guidavano stavano contrabbandando cocaina; il guidatore aveva una pistola e ovviamente erano un bel po' incazzati. Ho pensato che mi avrebbero ammazzato. Ma, prima di usare la pistola, hanno chiamato il loro capo per sapere cosa fare. La situazione è diventata comica: hanno riattaccato, mi hanno augurato gentilmente buona giornata e sono andati via. In un'altra occasione invece sono stato a Sasabe, uno dei punti caldi del contrabbando. Ero guardato a vista dai narcotrafficanti: uno di loro ha parcheggiato il suo pick-up a pochi metri da me, ha tirato fuori un AK-47 e l'ha appoggiato al finestrino per farmi capire che non stavano scherzando.
I sentieri di cui scrivi sono un deserto molto affollato, anche di volontari che aiutano i migranti.
Il numero dei tentativi di entrare illegalmente sta scendendo, quello dei morti no. E anche i numeri hanno i loro paradossi: sull'autostrada del diavolola percentuale di migrantes è scesa del 68% ma gli agenti della Border Patrol di cui parlo nel libro sono passati da 32, quando scrivevo, a 350. Penso che l'ondata migratoria sia destinata a sgonfiarsi per effetto della crisi economica, delle vigorose politiche anti-immigrati e delle guerre tra narcos.
Così tanti immigrati inseguono il sogno americano. Ma cosa significa, secondo te, essere americano?
Basta accendere la Tv per capirlo. Gli americani si riservano il diritto di avere un buon odore, essere grassi, sparare ai loro nemici, guidare grandi auto. Ma il sogno americano non è ciò che l'America è oggi. Ciò che attrae la gente sono la speranza e la libertà. L'America è anche e soprattutto questo, ed è estremamente vero: in quale altro posto un ragazzo di Tijuana come me, che stava per morire di tubercolosi in una strada polverosa che puzzava di piscio di cane, potrebbe arrivare a scrivere libri e a essere qui a fare un'intervista per una rivista italiana?
Cosa ne pensi della Secure border initiative e della costruzione del muro sul confine tra Usa e Messico?
La mia risposta al border fence? Tre parole: ah ah ah! E' una cosa ridicola, e anche i politici che l'hanno voluto lo sanno, ma lo usano per alimentare il più basso comun denominatore della psicologia americana: la paura verso gli altri. L'abbiamo già fatto verso i "cattivi" italiani, gli irlandesi, gli ebrei, gli olandesi. E inizialmente la polizia di frontiera era nata per contrastare l'immigrazione cinese. Cosa accadrà al border fence adesso che siamo in caduta libera finanziaria? Arrugginirà. Chiunque abbia il senso dell'humor nero (e se ti occupi di ciò che accade sul confine devi per forza averlo) avrà notato che i primi operai che hanno lavorato alla costruzione del muro erano proprio migranti illegali. In Texas, ogni sindaco delle città lungo il confine si sta opponendo al muro. A Brownsville, l'università ha perso il campo di calcio. E un famoso resort ha perso il suo campo da golf. Vuoi vedere una vera rivoluzione armata? Porta via il circuito di buche e un golfista e la vedrai. Mi chiedo quanto migliore sarebbe la situazione se i soldi spesi per il muro fossero stati usati per scuole e ospedali, i settori più toccati dall'ondata migratoria. Un agente della Border Patrol una volta mi ha detto: "Qualcuno sta facendo i miliardi grazie a questa situazione. Non sono i clandestini, e nemmeno noi". Quelli che fanno i soldi vivono negli attici. Il marcio sta a Washington e Città del Messico.
Non trovi incredibile che né Obama né Mc Cain si siano pronunciati sul tema immigrazione?
Alla primarie tutti i candidati con una linea fortemente anti-immigrati hanno avuto un calo. Gli americani sono preoccupati per la situazione, ma sanno anche di non avere radici così profonde in questa terra, a meno che non siano Apache o Lakota. Questo riflette quanto profondamente si sentano tutti degli immigrati. La riforma MC Cain/Kennedy sull'immigrazione è stata un passo avanti verso una soluzione del problema. In maniera singolare, però, Mc Cain - per tranquillizzare i suoi potenziali elettori più schierati contro l'immigrazione - sembra essere tornato sui suoi passi e non volerla più riconoscere.
Chi vincerà?
Non ho indovinato in entrambe le elezioni vinte da Bush, e quindi non oso dare un'opinione. Comuqnue, sembra che il corso della storia sia con Obama...
venerdì, 24 ottobre 2008
Ringraziamo Adriana Falsone per il bell'articolo dedicato alla Xl Edizioni e uscito il 22 ottobre su Repubblica Palermo
L' idea è stata un sogno per tanto tempo. Conservata nel cassetto fin tanto che, grazie a una dose di coraggio misto a incoscienza, è diventata una realtà. Aprire una casa editrice dal nulla, contando solo sulle proprie forze, per di più partendo da una prima pubblicazione direttamente in lingua straniera, in inglese. Quel sogno era di Stefania Bonura, una giovane redattrice siciliana del Manifesto libri. Dopo un po' , insieme alla sorella Patrizia, una commercialista intraprendente, ha messo in piedi, a Roma, la XL edizioni, con l' obiettivo di conquistare quella nicchia di mercato che cerca delle risposte ai problemi dell' attualità, con «l' entusiasmo e la presunzione - spiega la responsabile - di chi pensa di cambiare il mondo con un libro». Pochi titoli all' inizio, ben selezionati e puntando sempre sulla qualità della scrittura e del testo. Il trampolino di lancio alla fiera del libro di Torino e poi la pubblicazione in italiano del testo di Luis Alberto Urrea, finalista al premio Pulitzer 2005 e selezionato fra i migliori libri dell' anno dal Los Angeles Times Book review, dal San Francisco Chronicle e dal Chicago Tribune, "L' autostrada del diavolo", una storia vera sulla tragica epopea di un gruppo di messicani che tentano di passare la frontiera con gli Stati Uniti. Di tempo, da quando la XL aveva sede a casa della stessa Bonura, sembra esserne passato tanto, eppure sono appena due anni e mezzo e, grazie all' investimento iniziale di 55 mila euro, di passi avanti ne sono stati compiuti tanti. Quarant' anni Patrizia, solo 35 Stefania, ma la XL vanta già al suo interno una rosa di nomi e docenti di peso, oltre che un ampio pubblico anche all' estero. Curioso, ad esempio, il modo in cui Stefania ha conosciuto Giovanna Fiume, professore ordinario di Storia moderna alla facoltà di Scienze politiche di Palermo. «Per il giornale stavamo curando una collana di biografie femminili e mi sono imbattuta per caso in una vecchissima copia de "La Vecchia dell' aceto", scritto appunto dalla Fiume. Abbiamo iniziato a parlare e così lei è diventata la responsabile della collana Gender studies, dedicata al genere femminile e noi, appena abbiamo potuto, abbiamo ripubblicato proprio il testo che ci aveva fatto incontrare». La storia di Stefania inizia a Menfi. Mamma siciliana e papà napoletano, proprio nel capoluogo campano ha fatto le scuole primarie. Poi il liceo a Sciacca e infine la laurea in Scienze politiche a Firenze. «Sono un po' una randagia, ma con la Sicilia ho un cordone ombelicale che, in fondo, non ho mai tagliato». Da qui, ad esempio l' interesse verso temi quali la mafia o il lavoro nero, quest' ultimo oggetto proprio della sua ultima pubblicazione con "Nero come il lavoro - Sommersi nell' ultima provincia d' Italia", un libro che indaga le cause del lavoro sommerso in una provincia italiana che le statistiche spesso definiscono "ultima": Enna. «Il nostro programma editoriale, soprattutto quando non si hanno grandi capitali - spiega la Bonura - nasce dalla volontà, dalle chiacchierate notturne sulla politica e dalla voglia di confronto». Il testo che ha dato l' avvio alla casa editrice e alla prima collana, "Cosmopolis" è "Unaccompanied Minors, Rights and Protection" scritto da Kristina Touzenis, insegnante di Diritti umani in vari master in Italia e consulente di diritti dei bambini per il "Mediterranean Institute for Childhood". La pubblicazione in inglese anche di altri testi della stessa casa editrice, la dice lunga sul coraggio delle sorelle Bonura: «Ci rivolgiamo ad un pubblico internazionale, non soltanto di docenti ma anche di studenti che vogliono saperne di più di un gesto accademico e con una prosa più scorrevole, mista alla narrativa». La sigla XL, universalmente riconosciuta come Extra Large, qui in realtà «viene utilizzata nell' accezione utilizzata da Rem Koolhaas in S, M, L, XL, e corrisponde pertanto alla dimensione (e alla condizione) metropolitana, con i suoi splendori e le sue miserie posti a fondamento della cultura contemporanea. La ricerca, dunque, viene qui intesa come spazio aperto di discussione. In questo senso la condizione metropolitana non rappresenta tanto un vincolo di interesse quanto il tessuto in cui la molteplicità si incontra e si scontra». Da qui nasce, ad esempio, la volontà di pubblicare nella collana "Politix", saggi e dibattiti di attualità politica, il testo "Zingari che strano popolo! Storia e problemi di una minoranza esclusa", di Michele Mannoia, già insegnante di Sociologia dell' educazione presso la facoltà di Lettere e filosofia dell' Università di Palermo. «Questo testo cerca di rispondere a domande di stretta attualità - spiega la Bonura - Come è stata costruita nel corso dei secoli la figura dello zingaro? Quali sono le conseguenze di questa costruzione? è possibile ipotizzare una convivenza pacifica e fruttuosa tra noi e loro?». Un' altra firma siciliana è quella di Piero Violante, insegnante di Storia delle dottrine politiche e Sociologia della musica all' Università di Palermo, che per la collana diretta da Nino Blando ha scritto "Lo spazio della rappresentanza", una ricostruzione storico-filosofica che indaga sul concetto di nazione, il principio maggioritario, il vincolo di mandato, la responsabilità ministeriale, il bicameralismo e la tripartizione dei poteri. Ampia attenzione è poi dedicata alle tematiche femminili: in "Donne, diritti e democrazia" un team di otto scrittrici, da Oslo a Parigi, da Perugia a Mosca, si interrogano sul ruolo della donna nell' era delle pari opportunità. La XL delle sorelle Bonura si occupa di modernità e futuro, senza mai dimenticare le proprie radici, fossero anche quelle culinarie. Da qui nasce il testo, la pubblicazione è prevista a Natale, "Infucina. La cucina a zero CO2" ovvero un ricettario a dimensione regionale sensibile ai temi dell' ambiente. Così la cucina "AzzeroCO2" si mette alla ricerca di quella felice combinazione che determina il piacere di un pasto: la cura nel trovare gli ingredienti, l' attenzione ai metodi di cottura che esaltano il sapore originale dei cibi, l' interesse nella territorialità. «Una cucina - spiega Stefania - contagiata dall' atmosfera di alcuni cortili, spremute di arancia, porte colorate, alberi e pietre, aghi di pino e mostarda, ma anche mare, sole, spezie e passaggi». Una cucina genuina che tanto ricorda anche la sua amata Sicilia.
martedì, 30 settembre 2008
La nuova uscita di ottobre
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», recita la nostra costituzione all’art. 1. Se il lavoro è nero, è la democrazia ad essere in gioco. Un libro che indaga le cause del lavoro sommerso in una provincia italiana che le statistiche spesso definiscono “ultima”. Enna. Una provincia in nero come tante altre, perché quando si parla di emersione, la questione è lo sviluppo.
Nella nostra società moderna, in cui il lavoro degli uomini liberi è alla base della loro vita civile, il lavoro sommerso è quasi un ossimoro, che contraddice i modi di organizzazione della società civile e la legalità dello Stato di diritto. Questa contraddizione rende difficile l’osservazione e lo studio del fenomeno. Quale economia sommersa? E quali azioni e politiche da adottare?
È economia sommersa l’economia criminale e dei traffici della criminalità organizzata. È sommersa l’economia che non rispetta quei diritti elementari che nelle nostre società dovrebbero ormai risultare acquisiti e non più in discussione: che sfrutta il lavoro minorile, che costringe a giornate lavorative di 10/12 ore e oltre, che opera in condizioni igieniche e ambientali indecenti e degradanti, che configura situazioni di moderna schiavitù. È sommersa l’economia che si nasconde per sfuggire agli obblighi fiscali e tributari al fine di aumentare i margini di profitto a spese della collettività. È sommersa infine l’economia debole e in fase di nascita/crescita, che riesce a sopravvivere solo a condizione di non rispettare alcune regole formali, norme di sicurezza, requisiti ambientali, caratteristiche tecniche del processo di produzione. Questo tipo di sommerso a volte riguarda il lavoro autonomo o quella micro o piccola impresa in cui la distanza tra imprenditore e lavoratore è minima. È questo quel tipo di sommerso che ha accompagnato la crescita della “terza Italia”, consentendo a un sistema produttivo originariamente debole di affermarsi sul mercato e consolidarsi fino al raggiungimento del successo economico dei distretti industriali italiani, anche sui mercati internazionali. Ma questo tipo di sommerso può anche presentarsi in una economia debole perché in crisi, o semplicemente perché depressa. Allora la lotta contro il sommerso è anche lotta contro l’immersione – o re-immersione – di imprese emerse, come risulta dal contesto territoriale in cui la ricerca opera. In entrambi i casi vale il principio che “quando si parla di emersione, la questione è lo sviluppo”.
Alberto Tulumello insegna Sociologia economica nell’Università di Palermo. Tra le sue pubblicazioni: Modelli di sviluppo economico in Sicilia (Palermo 1995), La grande trasformazione civile. Karl Polanyi e il nostro tempo (Palermo 1996), Max Weber and Joseph A. Schumpeter: the Capitalist Entrepreneur between Ethics and the Market (2005), La sociologia economica del Medio Evo (2006), Integrazione europea e sviluppo locale (2007), La misura dello sviluppo locale (Milano 2007).
giovedì, 11 settembre 2008
Questa l'intervista a Giovanna Fiume uscita sul sito www.paradisodegliorchi.com. Ringraziamo Alfredo Ronci.
Se non sbaglio, 'Mariti e pidocchi' è la riproposizione di un suo saggio del 1990 La vecchia dell’aceto. Come mai questa decisione di riprendere il filo del discorso?
Quel libro ebbe un relativo successo: esaurite le 2.000 copie della tiratura, continuò a essere richiesto e fotocopiato. Ho acconsentito a una ristampa perché ho sempre pensato che aveva una particolare vocazione a essere messo in scena. Ha avuto subito una riduzione radiofonica in dodici puntate e una teatrale fino allo scorso settembre. L’ho scritto mantenendo la struttura dei dialoghi e le parole stesse dei personaggi per aiutare un eventuale regista a metterlo in scena; un mio amico dice scherzosamente che Volver di Pedro Almodovar è stato liberamente tratto dalla mia vecchia dell’aceto…. La ragione più seria è però legata alla voglia di intervenire, da storica, nella (scarsa) discussione in corso in Italia su coppie di fatto, famiglia naturale e simili. Dimostrare che nel recente passato ci sono stati vari modi di concepire i rapporti coniugali e la parentela può aiutare a non assolutizzare la forma “giusta” di fare famiglia, ad abbandonare la fiducia negli “universali” e sposare la molteplicità. Infine ha contato l’affettuosa insistenza dell’editrice: se a una giovane imprenditrice interessava pubblicarlo, doveva pur vederci qualcosa di buono.
Negli atti delittuosi delle donne che si servono del veleno, lei individua una strategia di avanzamento sociale, un’arma per modificare i propri destini. Ma era davvero l’unica a disposizione?
Certo non c’era il divorzio, ma non credo proprio che tutti i matrimoni mal riusciti avessero una soluzione obbligata nell’uccisione del partner. Piuttosto le donne che si servono della pozione a base di arsenico (manipolata e venduta da un certo farmacista per ammazzare i pidocchi e cinicamente adattata a un uso improprio da Giovanna Bonanno, vedova e mendicante, che riesce in tal modo a guadagnare) credono a quanto la “Vecchia dell’aceto” dice loro: di avere “un arcano liquore”, molto più efficace di qualunque magia, buona solo a spillare denaro ai creduloni. Insomma, non è secondario che queste uxoricide (ma c’è anche un uomo che se ne serve contro la moglie) agiscano sotto una densa copertura simbolica, credono di somministrare una pozione magica e lo confessano con una ingenuità disarmante (“quel giorno preparavo la pasta con le sarde e aggiunsi un po’ di aceto…”). Certo, assistono alle sofferenze lancinanti dei coniugi, spesso “si confondono”, chiamano il medico al loro capezzale, vanno dalla Vecchia perché vogliono interrompere il “trattamento”, ma poi si consolano facilmente, convolando a nozze con l’amante da cui hanno ottenuto i soldi per acquistare il veleno e l’assicurazione che sarebbero state sposate appena rimaste vedove.
In un recente saggio 'Dare l’anima', lo storico Adriano Prosperi, parlando di un infanticidio avvenuto agli inizi del 1700, pone l’accento sulla resistenza femminile all’autorità non solo maschile e maritale, ma anche ecclesiastica e laica. Non le pare che quel delitto abbia qualcosa a che fare con le istanze delle donne di 'Mariti e pidocchi'?
Conosco molto bene il libro in questione e lo trovo straordinario. Si tratta di un caso giudiziario contro Lucia Cremonini, una giovane serva che a Bologna nei primi anni del ‘700 viene stuprata da un chierico e uccide il bambino, subito dopo averlo partorito. Adriano Prosperi ricostruisce un quadro denso di conoscenze mediche, giuridiche e religiose circa l’animazione del feto, a cui senza battesimo né nome, non viene riconosciuta l’anima. Un libro importante che ha in comune con il mio – ma non vorrei sembrare presuntuosa – il fatto di basarsi su fonti giudiziarie (il tribunale del Torrone a Bologna, la Gran Corte Criminale a Palermo), la necessità di contestualizzare la documentazione nella cultura giuridica e ricostruire il più possibile la trama delle relazioni tra i personaggi per aggirare il silenzio delle fonti su quello che vorremmo sapere. Ci troviamo di fronte ad azioni valutate come reati: l’infanticidio, l’uxoricidio di cui è necessario indovinare intenzioni, motivazioni, convinzioni, andando al di là di quello che gli imputati o i testimoni dicono, mentre si difendono, accusano, chiamano in correità, si pentono, “discaricano la coscienza” prima di morire. Lucia e Giovanna sono condannate entrambe a morte in spettacoli di giustizia a cui assiste l’intera città.
L’aria illuminista che si respirava, siamo nella Palermo di fine Settecento, porta il tribunale a disconoscere, nei confronti dei delitti della vecchia dell’aceto, il maleficio e a trasformare i misfatti in veneficio, facendo intervenire così la volontà dell’attore. Ma purtroppo nulla può contro l’idea, come dice lei argutamente, che l’aggressione femminile priva l’uomo del suo potere e non può perciò essere permessa.
Mi pare che Giovanna Bonanno abbia sbagliato strategia difensiva: se fosse stata imputata di maleficio la posizione di “negare sempre”, anche sotto tortura, avrebbe potuto farla prosciogliere. Ma il tribunale del Sant’Uffizio era stato abolito nel 1782 ed erano state liberate le ultime quattro donnette rinchiuse nelle prigioni, accusate di sortilegi e magie verso cui il tribunale non nutre più alcun credito. Così assume un punto di vista “scientifico”, accusando la vecchia dell’aceto non di maleficio, bensì di veneficio e non crede nemmeno alle altre imputate, accusate ora di uxoricidio. Giovanna Bonanno, invece di dire che “di magarie non aveva inteso mai”, avrebbe al contrario dovuto presentarsi come una fattucchiera. Ma non aveva messo in conto che il cima era cambiato e non si accendevano più roghi. In un certo senso, si celebra un processo “politico”, che punisce sei donne per educarne seicento all’obbedienza e alla fedeltà coniugale. Lo scrive in altri termini un cronista dell’epoca: che le donne imparino a “non darsi in braccio ai loro amanti!”.
Lei suggerisce a più riprese che la famiglia nucleare è già in crisi nel Settecento…
Io suggerisco che la famiglia si organizza in base a contesti economici, sociali, religiosi, culturali in senso lato e che le forme che assume cambiano con il tempo e quindi è difficile credere a una unica forma di famiglia; le diverse “forme coniugali” non abbiamo saputo riconoscerle perché accecati dalla presunta naturalità della famiglia composta da padre, madre e figli legittimi. L’antropologo Francesco Remoti nel suo bel libro intitolato Contro natura ne fa un utile censimento.
La famiglia-presunta-naturale sembra piuttosto l’ideale della borghesia ottocentesca, ma presuppone la donna inattiva sul mercato del lavoro e totalmente dedita alla riproduzione e alla socializzazione dei figli. Reclusa nel privato, assorbita dal lavoro domestico, pronta al sacrificio di sé per il bene del marito e dei figli. Una donna totalmente ablativa, ricompensata dall’assolvimento dei doveri e dall’esclusione dalla sfera dei diritti.
Nel ‘700 i comportamenti sessuali anche all’interno del matrimonio sono meno addomesticati di quanto si creda: basta guardare alle donne palermitane del popolo minuto del mio libro o alle aristocratiche circondate dai cavalier serventi del libro di Roberto Bizzochi sui Cicisbei.
È per questo che nell’introduzione ‘aggancia’ il problema di un processo avvenuto nel Settecento con le battaglie odierne per il riconoscimento delle coppie di fatto?
Proprio così, ma va riconosciuto oggi il pesante richiamo della chiesa cattolica su queste questioni, a difesa di una forma familiare, assediata dalle famiglie a genitore unico, dalle convivenze, dalle coppie omosessuali e dalle forme “etniche” di famiglia che l’emigrazione produce anche nel nostro paese. Abbiamo mai riflettuto che i nostri immigrati musulmani possono legalmente nel loro paese avere più mogli e volerle portare con sè? Avremo anche la poligamia tra le forme italiche di famiglia.
Forse esagero, ma il ruolo del vicinato, che lei tra l’altro sottolinea nel libro, non ricorda forse certe complicità e certi silenzi di cui spesso si parla quando abbiamo a che fare con ‘questioni’ mafiose?
Sì, esagera. Il vicinato diversamente da come lo concepiamo oggi, aveva ancora nel XVIII secolo un ruolo molto importante di governo di conflitti – certamente di quelli intrafamiliari – che, solo se restavano irrisolti, raggiungevano i tribunali. La transazione extragiudiziaria era tra l’altro una forma diffusa di ricomposizione di liti. Non c’è solo solidarietà nei comportamenti del vicinato, ma la pressione per il rispetto di regole condivise sulla legittimità o meno dei comportamenti; meno che mai omertà come atteggiamento diffuso e generale. Oggi definiremmo pesante intrusione nella vita privata quello che nelle città di Antico regime i vicini imponevano alle mogli adultere, alle madri che maltrattavano i figli o ai mariti cornuti.
La mafia, che ha i suoi prodromi nell’organizzazione della violenza privata all’indomani dell’abolizione della feudalità (1812), è definita sin dai primi decenni dell’Ottocento come una “associazione di malfattori” che persegue l’accumulazione della ricchezza attraverso attività illecite e delittuose (l’abigeato innanzitutto, la macellazione o la vendita di animali rubati, ecc.) e la protezione degli associati (subito distinti in esecutori, mediatori e organizzatori) grazie alla complicità dei pubblici ufficiali. L’omertà è qui la paura della ritorsione o la complicità. Niente di troppo romantico, ma soprattutto niente di attinente alla “natura” del siciliani, al loro Dna, ma solo alla loro storia recente e drammatica.
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